lunedì 14 marzo 2022

Dita intrecciate


Mi arriva un video su Telegram, su un canale indipendente che 24 ore su 24 riporta news sulla guerra in Ucraina. Quel tipo di video non verrà mai mostrato in TV, o se lo faranno ci saranno grandi pixel a sfumare le parti più crude, quelle che trasudano guerra. Perché quel video mostra quello che dovrebbero vedere tutti senza filtri, per assaggiare di cosa si parla, per capire che non è un videogame, un film con effetti speciali, esplosioni colorate dietro ad un anchorman, asettici schermi di computer con immagini agli infrarossi e comandi a distanza, potenti mezzi terrestri e aerei, uniformi high-tech, soldati con il ghigno sicuro di chi è nel giusto, “Slava Ukraini” e morte ai russi…

A Donetsk un missile (la bandiera è quella giallo-azzurra di quelli "buoni", ma poteva essere anche appartenere agli altri, il risultato non cambia) colpisce in mezzo alle case, su un gruppo di persone in fila per il bancomat. Corpi intatti e corpi mozzati, pozze di sangue, membra sparse, soccorritori scioccati

Due figure, un uomo e una donna, uno accanto all’altra, sdraiati sulla schiena. Sono ancora vivi. Il giornalista munito di smartphone mi mostra tutto, implacabile. I volti bianchi come cera in preda allo shock. Le gambe di entrambi non ci sono più, solo carne rossa, lacci emostatici e ancora sangue. Le dita delle loro mani lentamente si cercano, si intrecciano per un brevissimo momento. Poi la donna viene issata dai soccorritori e portata via, caricata in ambulanza, i due separati al loro destino di dolore e morte.

Chi sono? Marito e moglie? Fratello e sorella? Sconosciuti? So solo che hanno condiviso un’ora di agonia sdraiati su quel marciapiede, forse la loro ultima insieme. La guerra sono loro, sono quelle dita disperate che si cercano, si toccano e si separano.

Ho sapore di sangue in bocca, forse mi son morso le labbra nell’orrore del video, forse ho solo paura che quell’orrore superi i confini...


mercoledì 21 ottobre 2020

Fantapolitica

 


13 Agosto 2019

L’aria è pesante e carica di fumo di sigaretta, nella sala riunioni più interna del complesso dello Zhongnanhai, a Beijing.

Xi Jinping scruta per l’ennesima volta i grafici sullo schermo gigante di fronte all’enorme tavolo riunioni, circondato da un ristretto gruppo di persone, accuratamente selezionate fra i 35 Ministri del Consiglio di Stato. 

Alla fine, esclama:

“Quanto sono affidabili i modelli di calcolo?”

Il Ministro degli Affari Esteri, Wang Yi, appare sicuro di sè, drizza le spalle:

“Tutte le proiezioni da qui a tre anni portano allo stesso risultato, Presidente.”

“Mi preoccupa ancora la stima ottimistica sui decessi e sull’andamento su territorio cinese… Come può essere così diversa rispetto a quanto prevediamo per il resto del Mondo?”

Fissa lo sguardo sul Ministro della Sanità, Ma Xiaowei, che, fronte imperlata di sudore, risponde:

“Vede, Presidente, semplicemente perché noi sappiamo cosa abbiamo di fronte e perché possiamo adottare contromisure inimmaginabili per il resto dei paesi civili. Rilasciando l’Agente verso la fine di Ottobre, la diffusione sarebbe esponenziale nella regione di Wuhan, ma controllata in base alla nostra risposta, e in lenta espansione nelle altre aree dove prevediamo di consentire la libera circolazione.”

Xiaowei clicca su una piccola tastiera, facendo ripartire per l’ennesima volta la simulazione a video: compare una mappa della Cina su sfondo nero, con una macchia rossa in corrispondenza della citta di Wuhan; vicino alla macchia, numeri in progressiva crescita, mentre in alto a destra un box scandisce il passare dei giorni; sporadicamente, altre macchie cominciano a comparire nei pressi di altre città vicine, e anche in corrispondenza di Beijing.

“A partire da fine Dicembre, una volta che i primi clusters si saranno presentati in tutto il mondo, cominceremo ad attuare le misure repressive urgenti, ovviamente con largo utilizzo dell’esercito e delle forze di polizia locali, indispensabili per chiudere la cintura di sicurezza e confinare la popolazione della Zona 1 nelle proprie abitazioni. Allo stesso tempo, attueremo i protocolli sanitari sui quali stiamo lavorando da mesi, e completeremo la costruzione dei nuovi reparti di terapia per i contagi critici.”

Sulla mappa, le macchie rosse, in veloce crescita fino a qualche istante prima, rallentano fino a fermarsi.

“Poi da metà Gennaio prevediamo l’inizio della veloce regressione. Ad inizio Marzo le proiezioni rassicurano che i casi sull’intero territorio cinese saranno solo poche decine. Al termine della nostra emergenza, stimiamo circa 100,000 casi totali e meno di 10,000 decessi.”

“Per favore, Xiaowei, passi di nuovo all’evoluzione nel resto del mondo…”

Un nuovo clic di Ma Xiaowei, e la mappa si allarga all’intero globo; il box torna a Dicembre 2019, e appaiono macchioline rosse sporadiche un po’ ovunque, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa, in India, in Russia.

“ Anche se lasceremo trapelare informazioni, pur se molto limitate, il mondo sarà totalmente impreparato alla contagiosità di questa sindrome respitoria…”

Ovunque sulla mappa, le macchie si allargano, man mano che i giorni scorrono nel box, passando dall’inverno alla primavera; gli Stati Uniti presentano ora larghi territori virati in rosso, l’Europa sembra un’unica macchia rossa. Le macchie pulsano, sembrano rallentare durante l’Estate, ma da Settembre le dimensioni, e i numeri che scandiscono contagi e decessi, riprendono a salire vertiginosamente.

Wang Yi prende di nuovo la parola:

“L’evoluzione sarà esponenziale e quasi incontrollata, perché prevediamo molti contrasti e differenze di approccio nell’affrontare il virus, e l'assenza di un piano coordinato comune, con molti paesi che imporrano blandi lock down (niente a che vedere con quanto attueremo noi), altri che avranno risposte più leggere, altri ancora che cercheranno di minimizzare il problema. Quando i paesi più civilizzati capiranno che il vero rischio, più che la mortalità, è il blocco della sanità, cercheranno di correre ai ripari acutizzando i lock down interni, annullando la vita sociale, e colpendo di conseguenza gli scambi commerciali; sarà un effetto domino, e allora le più grandi economie mondiali risulteranno in pochi mesi paralizzate.”

“Fermi la simulazione…”

Il Ministro della Sanità obbedisce: il box in alto indica il 2 Novembre 2020. Il mondo appare butterato da enormi macchie rosse, ad eccezione della Cina; in un box in basso, numeri impetuosi riepilogano le stime: 50 milioni di casi positivi… 1 milione e 300 mila decessi….

Wang Yi si protende sul tavolo:

“Presidente, la sua riluttanza è comprensibile, di fronte a questa proiezione, ma si concentri sul nostro Paese, sul nostro Popolo, sulla nostra Economia. Per il resto del Mondo sarà un uragano, ma per noi un semplice acquazzone. E il futuro sarà luminoso per la Cina: le proiezioni di crescita economica sono entusiasmanti già solo per fine 2020; dopo il primo trimestre saremo già fuori dal breve periodo di fisiologica crisi, e vedremo già un rimbalzo che stimiamo intorno al 5%; negli anni seguenti, poi, con il mondo economicamente in ginocchio, la nostra supremazia sarà ineguagliabile, e detteremo le regole dell’economia mondiale.”

Mentre parla, sul monitor scorrono ora nuovi grafici, con una curva rossa in rapida crescita, in controtendenza rispetto a quelle che rappresentano il PIL di Stati Uniti, paesi europei e Russia.

Xi Jinping, china la testa e appoggia la fronte sul palmo. Rimane immobile per un lungo minuto, nel silenzio dei ministri intorno al tavolo.

Poi si risolleva, guarda fisso davanti a sé, nessuno in particolare, fa un leggero cenno con la testa ed esclama:

“Si…”


ogni riferimento a fatti o persone realmente accaduti o esistenti è puramente casuale e frutto di fantasia

lunedì 11 marzo 2019

Camminando sull'acqua una mattina di Marzo


Non c’è pericolo che l’emozione, il ricordo, di quelle ore scompaia dalla mia mente. Ma, mi son detto, se metto tutto nero su bianco, lo consegno ad internet sperando nell’eternità dei server in Svezia, solo così i dettagli di quei giorni rimarrano al sicuro dalla labilità della mia memoria.
Perchè quell’11 Marzo del 2011 io ero la, su quell’incredibile isola nell’estremo oriente ricca di storia, di ninja e templi, di sashimi e manga, di tecnologia e karaoke, di insegne luminose e monti nebbiosi.

Ivan, Andrea, Marco, queste righe sono anche per voi, perchè, nonostante ne parliamo raramente, e quando lo facciamo ricordiamo con il sorriso solo gli episodi più folcloristici, quell’unica esperienza è un filo rosso sottile legato ai nostri polsi.

Manabu, with this short story I (we) would like to thank you one more time: we’ll never forget what you did for us during those tremendous hours. Unfortunately for you, it is in Italian, but perhaps, if you would like to read it, online translation could help.
... 

Non lo nego, anche se si trattava di lavoro, l’idea di quella veloce missione a Tokio mi affascinava; l’Oriente mi ha sempre attirato; inoltre adoro volare, e l’emozione di salire sull’A380 valeva già da sola la fatica del lungo volo. Con due colleghi, Marco e Ivan, atterriamo a Narita la mattina presto del 9 Marzo; ricordo il freddo pungente e il sonno, mentre aspettiamo il bus che ci porta a Chiba, una prefettura a una trentina di chilometri da Tokio. Sul bus, dopo aver ricevuto il buongiorno e l’inchino dell’autista, insieme all’invito ad allacciarsi le cinture (primo assaggio del senso civico giapponese), ricordo il sollievo nel verificare che il mio Blackberry funziona: lo avevo ritirato solo pochi giorni prima, ed ero stato allertato da molti colleghi che erano rimasti delusi nel verificare che i loro telefoni non riuscivano a prendere la linea in Giappone. In effetti, Marco e Ivan, smanettano furiosamente, alle prese con problemi di rete.

Arrivati al nostro Hotel (dal nome che ha ben poco di orientale, “The Manhattan”), ci fiondiamo in camera. Il primo incontro con il cliente è già nel primo pomeriggio, ma abbiamo un paio d’ore per una doccia e un veloce sonnellino anti-jetlag, nelle nostre camere al quattordicesimo piano. Ricordo di aver puntato la sveglia del cellulare e di essermi buttato sul letto pensando: “figuriamoci se dormo a mezzogiorno!”... poi niente fino allo strano risveglio: sento un leggero ondeggiare, un tintinnio; apro gli occhi, vedo la lampada a stelo vicino al letto che dondola, sento ancora il letto che scricchiola; ancora nel torpore del sonno, mi rendo conto che sto vivendo la mia prima vera esperienza di terremoto, già finita, ma con un’intensità che in Italia avrebbe fatto scattare tutti i piani di emergenza, e probabilmente crollare diverse costruzioni.

Scendo nella hall pronto per il meeting, incontro i colleghi, e ci scambiamo le reciproche esperienze, fra risatine e commenti sulla tranquillità degli orientali intorno a noi. Evidentemente, per loro è ordinaria amministrazione, pensiamo.

Negli uffici, le chiacchere extra-lavoro con le nostre controparti, ci confermano quest’impressione; ci fanno sapere che, si, la scossa c’è stata, ma che rientra nella norma di un paese che convive da sempre con questo rischio. Tranquillizzati a sufficienza, possiamo concludere il primo incontro, tornare in Hotel, aspettare Andrea, l’ultimo collega che arriva direttamente da Parigi, e accomodarci in un ristorantino, dove entri e, come consuetudine, le cameriere ti accolgono inchinandosi, sorridendo e esclamando  Kangei”, per gustare qualche esotica prelibatezza.

Il secondo giorno è di ordinaria amministrazione; passiamo la giornata in ufficio, arriviamo a sera cotti, ma dobbiamo accettare l’invito a cena del cliente. Quando ripenso a quella sera, penso alla quiete prima della tempesta: veniamo totalmente avvolti dall’accoglienza giapponese; il ristorante si trova all’ultimo piano di un alto edificio (in Giappone negozi e ristoranti si trovano usualmente all’interno di palazzi, non a piano terra, e sono indicati dalle famose insegne luminose che si arrampicano fino in vetta); in seguito, abbiamo ringraziato la sorte che l’evento del giorno dopo abbia ritardato di molte ore, perchè subire la scossa a quell’altezza non sarebbe stato affatto divertente.

Ricordo che prima di entrare nel ristorante Andrea mi sussurra “sarà un’esperienza devastante...”; aveva ragione: la cena è sublime, ma interminabile, e il sakè e il soju scorrono a fiumi (ma l’acqua non esiste?). Uno degli orientali, addetto a preparare la minuta durante il meeting, si trasforma nel coppiere di corte, e si premura di non tenere un bicchiere vuoto per neppure dieci secondi. Ricordo le risate, Marco che addenta, sotto gli occhi dei giapponesi ansiosi di un giudizio estasiato, un mollusco descritto come raro e costosissimo, fa una faccia schifata ed esclama, per fortuna in italiano “sa d’orecchio!”, poi corregge il tiro in inglese in un più diplomatico “it’s strange...”. Ricordo la radice di wasabi fresco che, come un rito, viene grattugiato a turno, con forza, da tutti i commensali. Ricordo sempre il solito “coppiere” di cui sopra che tira fuori un gagliardetto della Fiorentina (?!), un pennarello, e chiede il nostro autografo... carichi di stupore e di liquore di riso, Andrea firma Gila11, io Montolivo10.

A fine cena, tutti ci avviamo verso il nostro Hotel, ma la serata non è finita: è tradizione il bicchiere della staffa, quindi ci stipiamo tutti in ascensore, ancora verso un ultimo piano, dove il Bar ci accoglie con comode poltrone di cuoio, bicchieri di whisky (con nonchalance, sporgo il braccio oltre il bracciolo, e il mio finisce tutto nella pianta accanto), e conversazioni tecnico-commerciali che la mia mente fatica a seguire.
Non contenti, abbiamo anche dell’home work da sbrigare, schede costi da revisionare, call con Firenze da fare, la stanza di Ivan si trasforma in un ufficio notturno improvvisato... morale, il letto mi accoglie solo dopo le 2 di notte.

La sveglia suona presto la mattina di Venerdì 11 Marzo. Ci avviamo verso gli uffici del cliente per l’ultimo, e decisivo, giorno di meeting. Qui l’atmosfera è un po’ cambiata, c’è un po’ di orientale strategia commerciale. In pratica, facciamo anticamera per tutta la mattina (ci viene detto che i loro partecipanti non sono pronti, che devono rivedere i numeri, etc etc); ho ancora l'immagine vagamente zen di Ivan che cammina sull'acqua di un laghetto decorativo, saltellando sulle mattonelle che lo attraversano, mentre aspettiamo davanti all’ingresso.

Alla fine, dopo un pranzo veloce (ma con un sashimi incomparabile, servito come se niente fosse in un ristorantino da pausa pranzo impiegatizia), il meeting può iniziare.

Ricordo le solite schermaglie su sconti e combinazioni. Il silenzio mentre la controparte guarda la lavagna su cui sono elencati items e prezzi, lo sguardo pensieroso, e Ivan che mi traduce quello che pronunciano sussurrando: “...troppo caro...”.

Poi tutto ha inizio

Parte con un leggero dondolio orizzontale, dapprima appena percettibile, ma ininterrotto e in crescendo. Uno di noi esclama “earthquake?”; dall’altra parte del tavolo i giapponesi appaiono calmi, e ci chiedono di stare tranquilli; “Be quite, it’s normal”, dicono. Ma non è normale, anzi. Non è più un leggero dondolio, ora è evidente, tanto che cominciano a sentirsi dei poco rassicuranti scricchiolii nelle pareti; poi una chiara percezione: al movimento orizzontale (ondulatorio), si aggiunge un movimento dal basso verso l’alto (sussultorio), e la combinazione fa paura.

Ora tutti siamo in piedi, uno dei giapponesi corre verso la porta, la apre e li si ferma (sta sotto l’architrave perchè è un posto sicuro, penso io; si era invece assunto il compito di tenere la porta aperta nel caso la struttura fosse andata fuori squadra, ci spiegheranno dopo).

Passano ancora pochi secondi (dall’inizio ne saranno passati una trentina), ma la scossa non si placa, anzi sembra ancora aumentare; guardo la parete dietro di me: è rivestita da pannelli verticali di circa un metro e mezzo di larghezza, e li vedo ondeggiare chiaramente, da destra a sinistra. Solo ora realizzo che anche i giapponesi sono realmente impauriti, e uno di loro grida “under the tables!”. Mi ritrovo sotto il tavolo, quasi fronte contro fronte con Andrea, che ha gli occhi sgranati e mi pare sussurri “qui si more tutti!”, ma forse me lo sono solo immaginato, o forse l’ho detto io.

Rimaniamo pochissimo in quella posizione: è probabilmente passato quasi un minuto dall’inizio, e sentiamo finalmente il grido liberatorio “go out, go out!!!”. Ci alziamo di scatto, e voliamo nel corridoio, qui vediamo la gente che esce dagli uffici, più o meno ordinatamente. Imbocchiamo le scale, per fortuna siamo solo al secondo piano (l’edificio non è altissimo, forse una decina di piani, ma sicuramente la scossa ai piani superiori fa ancora più paura). Le scale sono affollate, le sento ondeggiare sotto i piedi, ma ho il tempo di stupirmi: tutti sono diligentemente in fila sulla destra, scendono a passo svelto e si tengono al passamano. Noi siamo italiani, dire che siamo terrorizzati è un eufemismo, quindi superiamo tutti sulla sinistra, e facciamo i gradini almeno a quattro per volta. Arriviamo al piano terra in quello che mi è sembrato un lampo, nel ricordo un salto unico, e corriamo veloci lungo un corridoio di servizio, per sbucare finalmente all’esterno, sul retro dell’edificio, su una piattaforma di carico a un metro da terra; la uso come un trampolino per tuffarmi verso la sicurezza del parcheggio e del grande parco retrostante.

Mani sulle ginocchia, il fiato corto e l’adrenalina che pompa nelle vene, mi guardo intorno; vicino a me i tre colleghi, nelle mie stesse condizioni, con la paura negli occhi che probabilmente è la stessa che leggono nei miei. Diverse decine di dipendenti giapponesi sono intorno a noi, presto diventano centinaia; non ci sono scene di panico, ma non sono certo tranquilli, lo schock è sui volti di tutti. Una ragazza che era con noi al meeting, arriva subito dopo di noi; le lacrime le rigano il volto, la giapponese compostezza e il sorriso che ci avevano accolti nei giorni precedenti sono un ricordo; abbraccia un collega, che cerca di rassicurarla.
Quanto tempo è passato? Un minuto e mezzo, forse due, almeno... Ma la scossa non è per niente finita.

Siamo nel parcheggio, e vediamo le macchine ondeggiare sugli pneumatici; gli alberi che circondano il parco, sono scossi come da un vento che li investe in una direzione poi subito nell’altra. L’edificio sembra solo vibrare, ma sentiamo chiari i gemiti della struttura, e vediamo ondeggiare paurosamente l’alta antenna che si trova sulla sommità. Ora ho il tempo di chiedermi “ma come fa a non crollare tutto?!”.

Poi, lentamente, finalmente, il movimento si placa. Quando in seguito racconterò che la scossa è durata come minimo tre minuti, tre minuti e mezzo, anch’io stenterò a crederci, ma la lunga successione degli eventi appena descritti, me lo conferma.

L’efficiente macchina organizzativa giapponese fa scattare la procedura di emergenza della ditta: in pochi secondi tutti i dipendenti si distribuiscono su più file, ciascuna capeggiata da un addetto, che già indossa un gilet catarifrangente, e sembra spuntare i nomi da un blocco; senza particolari intoppi, l'ingranaggio ben oliato funziona. 

Noi siamo delle evidenti mosche bianche, ma ci viene subito assegnato un accompagnatore: si tratta di Manabu Takada, una delle nostre controparti durante il meeting, che si rivelerà un prezioso compagno nelle ore successive. Ci raccomanda di rimanere in gruppo, e che presto ci farà sapere come poterci organizzare. Infatti, ora che il pericolo sembra scampato, ci rendiamo conto di aver lasciato tutti i nostri beni, laptop, documenti e soprattutto cellulari, nell’ufficio, ma ovviamente non ci consentono di tornare al piano per recuperarli. Mentre quasi tutti i giapponesi hanno il cellulare in mano e riescono ad avere le prime informazioni dai notiziari on line (ma non a fare o ricevere chiamate, cosa che si rivelerà impossibile per ore), noi rimaniamo quasi all’oscuro di tutto, ma realiziamo che la notizia di un evento del genere giungerà presto anche in Italia. Spesso ho fatto l’esercizio mentale di figurarmi nel mezzo di una situazione di emergenza, e sempre ho pensato che in quell’eventualità niente mi avrebbe separato dal cellulare. Detto fatto. Senza il Blackberry mi sento perso, e ho il solo pensiero di tranquillizzare mia moglie, che immagino angosciata davanti al TG5 delle 7 di mattina.

Intanto cerchiamo di capire qualcosa in più; ci guardiamo intorno, ma non vediamo danni evidenti agli edifici che ci circondano, e ci sembra alquanto strano. Sentiamo però gli elicotteri in volo, vediamo anche un paio di colonne di fumo; e il segno evidente di qualcosa di sbagliato sono le crepe nel terreno, dalle quali salgono come sorgenti delle fontanelle di acqua scura fangosa, che presto formano una sorta di lago nel parco attiguo. Ci spiegheranno in seguito che la zona in cui ci troviamo è una sorta di piattaforma artificiale strappata al mare, che dista meno di un chilometro in linea d’aria, e quegli zampilli sono formati dall’acqua presente negli strati di terreno sottostante, strizzati come una spugna dal movimento tellurico.

Finalmente, la situazione appare stabilizzata, e ci consentono, accompagnati, di tornare al secondo piano per recuperare tutte le nostre cose. Saliamo quindi in fretta, gettiamo tutto nelle borse, abbiamo appena il tempo di uscire dalla stanza, che una seconda, violenta, scossa, ci sorprende; l’intensità è inferiore alla prima, ma un armadio tecnico in alluminio davanti all’ufficio vibra e risuona come fosse percosso da un martello! Questa volta senza aspettare alcun segnale, voliamo giù per le scale, e in pochi secondi ci ritroviamo di nuovo fuori con il cuore in gola.

Ma ora abbiamo i nostri preziosi strumenti tecnologici; solo il mio da segni di vita, ma chiamare è impossibile. Per fortuna, attraverso il messenger Blackberry, riusciamo a contattare un collega a Firenze, e, tramite lui, a rassicurare i nostri familiari in Italia.

Ora possiamo respirare, pensare al dopo, a come raggiungere l’Hotel, all’aereo del ritorno del giorno dopo; ritorno che, vista la situazione, appare quanto mai incerto.

Poi improvvisamente percepiamo una grande agitazione intorno a noi; qualcuno piange, tutti sono attaccati ai cellulari che diffondono i notiziari. Una parola giapponese, che però capiamo molto bene, corre sulle labbra di tutti: “Tsunami!”. In quel frangente, e così vicini al mare, risuona lugubre, e anche noi ci agitiamo. Chiediamo chiarimenti, ma ci dicono che il pericolo non riguarda noi, che ci troviamo si sulla costa, ma in una baia chiusa. Sono però tutti molto preoccupati per la situazione poco più a nord: il tratto costiero che va da Iwaki a Sendai, che subirà la maggiore devastazione, dista “solo” 160 chilometri.

Il buon Manabu ci sta incollato; dopo una mezz’ora ci fa salire sulla sua macchina. Ricordo che mentre lo aspettiamo all’interno, il SUV dondola sotto l’effetto delle scosse di assestamento. Ci porta in Hotel, solo tre chilometri di strada, lungo la quale vediamo pochi danni evidenti: qualche crepa, molti allagamenti, nessun edificio crollato: benediciamo l’ingegneria antisismica giapponese.
Arriviamo in Hotel, troviamo la hall piena di gente: hanno piazzato un grande televisore vicino all’ingresso, e le immagini sono impressionanti; per la prima volta vediamo, praticamente in diretta, l’onda nera che sommerge tutto, trascina via navi, case e persone. I giapponesi sono impietriti, scuotono la testa increduli.

Il personale con gentilezza e fermezza, impedisce a tutti di salire ai piani. Quindi camminiamo nervosamente fra la hall e il parco di fronte; vediamo marciapiedi distrutti, un po’ ovunque profonde crepe dalle quali scaturiscono rigagnoli di acqua scura, un pesante Tōrō (la classica lanterna di pietra ornamentale dei giardini) completamente crollato, ma ancora ci stupisce che un altissimo grattacelo proprio di fronte a noi, rivestito in vetro, non abbia subito apparentemente nessun danno esterno. La piscina sottostante, però, è piena di fanghiglia nera, filtrata dalle spaccature sul fondo.


Finalmente, dopo decine di tentativi, e ormai tre ore dopo la scossa, riesco a prendere la linea e a parlare con Monia: sminuisco, scherzo e cerco di tranquillizzarla, ma mentre parlo percepisco il dondolio di una scossa, cammino saltellando sulle mattonelle divelte dalle profonde crepe e, a non più di un paio di chilometri davanti a me, si alza alto e nero il fumo di una raffineria in fiamme.
Alla fine il personale dell’albergo cede alle richieste, e ci fa salire al nostro piano: ovviamente gli ascensori sono inutilizzabili, e per le scale ci accompagna una cameriera; dopo sette o otto piani è stremata, noi pure, le raccomandiamo di fermarsi, che possiamo proseguire da soli, accoglie l’offerta con sollievo. Arriviamo nelle stanze; trovo la mia a soqquadro, mobili e suppellettili sono spostati o caduti. Faccio velocemente la valigia, ma, pensando “chissà quando mi ricapita l’occasione!”, mi concedo il lusso di una rapida doccia e un cambio di abiti comodi.

Poi un grido dal corridoio: Marco urla “una scossa, una scossa...”. Non ci penso su un attimo, afferro valigia e borsa computer, e mi fiondo dietro a lui, Ivan e Andrea, giù per le scale... Solo nella hall, io quasi in preda ad un infarto, Marco si volta, sorridendo, ed esclama “...ma non era mica vero, l’ho detto per farvi muovere, sennò eravamo sempre su”... Maledetto!

Affrontiamo la serata e la nottata accampati nella hall; come noi, gli altri clienti dell’Hotel, ma non solo: le porte sono aperte, e il personale accoglie chiunque abbia bisogno di un posto caldo dove dormire (fuori la temperatura è prossima allo zero). Vengono tirate fuori coperte, viene allestito un banchetto dove a tutti viene offerto, in guanti bianchi e con rispettoso inchino, pane, marmellata e the caldo. Addirittura, per noi clienti, viene preparata una veloce cena improvvisata, insieme alle incredibili scuse per non poter offrire un menù completo.

Ormai è notte, ma ancora nei dintorni si aggirano i pendolari (la zona è ricca di uffici, ma treni e mezzi pubblici sono ovviamente fermi, e in migliaia non riescono a fare ritorno a Tokio). Anche noi usciamo per sgranchirci le gambe, e ci aggiriamo in mezzo a questo popolo colpito quasi in punta di piedi, ci sentiamo un po’ intrusi in un dolore collettivo.

Passiamo accanto ad un enorme parcheggio multipiano, che appare come interamente sprofondato di mezzo metro. Camminiamo vicino ad uno strano manufatto in cemento armato, un cilindro di un metro di diametro che si erge per un metro e mezzo sopra l’asfalto, e ci mettiamo un po’ per capire che si tratta di un tombino, spremuto in alto dalla pressione della prima scossa.
Arriviamo davanti a quattro cabine telefoniche: di fronte a tre di esse, lunghe file di persone in attesa del proprio turno, nessuno di fronte alla quarta; penso sia danneggiata, mi avvicino, ed è normalmente funzionante... ma riservata ai disabili!

Rientriamo nella hall e affrontiamo la notte: fortunatamente troviamo la relativa comodità di un piccolo divanetto; cerchiamo informazioni sul volo di ritorno, scambiamo pochi messaggi con i familiari (non era ancora l’epoca di Whatsapp). Molti invece stanno semplicemente sdraiati a terra, cercando un po’ di riposo.

Ma non riusciamo a dormire; le scosse di assestamento sono continue, ne valutiamo l’intensità tenendo d’occhio l’oscillazione dei lampadari, ce le conferma il sinistro allarme sonoro di un anonimo cellulare, che evidentemente ha un’apposita app installata. Ricordo che passo il tempo a valutare la distanza che mi separa dalla porta d’ingresso, e quanto ci metterei a scappare fuori, se una di quelle scosse facesse un salto di qualità.

Manabu ci è sempre vicino. Si assenta solo un’oretta, per tornare verso le 3 di notte: ha scovato non so dove qualche confezione di noodles precotti, qualche barretta al cioccolato, e si è già adoperato per risolvere il nostro problema successivo, ovvero trovare un passaggio per l’aeroporto. Lo ringraziamo, lui sorride, ci appoggia in tutto, è una presenza rassicurante, l’unico contatto fra noi e il suo popolo colpito; pensando ai nostri due colleghi, agenti giapponesi, che sono riusciti a ripartire verso i familiari qualche ora prima, gli chiediamo dove abitino i suoi, immaginando che si trovino molto distanti; ci risponde, con semplicità, che non abitano lontano, e che, fra l’altro, ancora non è riuscito a contattarli... Cadiamo tutti dalle nuvole, lo invitiamo con forza a separarsi da noi, e cercare di tornare a casa, ma lui è irremovibile, risponde “siete stati affidati a me, e non ho intenzione di lasciarvi soli”!
Così sarà fino alla mattina. Dobbiamo a lui se siamo stati fra i primi fortunati a poter lasciare quella zona: all’alba Manabu ci trova un taxi (non ne vedevamo uno dal giorno prima); lo salutiamo calorosamente, lo abbracciamo, rimarrà sempre nei nostri cuori.

Ci infiliamo nel taxi e ci affidiamo al silenzioso autista, che percorre 40 chilometri di viuzze e stradine secondarie (l’arteria principale è impraticabile, almeno un ponte pare sia crollato). Il viaggio sembra interminabile, siamo tutti vinti dalla stanchezza e dal sonno, e accogliamo la visione delle bianche strutture dell’aeroporto e delle immancabili derive degli aerei in parcheggio, come un miraggio. 
Narita, che risultava ancora chiuso al traffico quando siamo partiti da Chiba, sta riaprendo i battenti proprio al nostro arrivo; i decolli cominciano a rilento e ci aspettano altre lunghe ore di attesa. I danni interni alla struttura, i controsoffitti crollati, i neon caduti, sono già stati rimossi, o diligentemente recintati. Ogni tanto i pannelli con le informazioni e le insegne dei gates tremano sotto le leggere scosse di assestamento. Gli schermi sono fissi sui canali di informazione, mostrano quelle scene di devastazione e morte che ormai conosciamo a memoria, ma anche nuove immagini fisse e tremolanti, riprese da grande distanza, di sinistre strutture cubiche bianche e celesti: ai nostri occhi tecnici sembra un impianto di produzione elettrica, forse nucleare, ma le didascalie in ideogrammi non ci aiutano a capire molto di più.

All’inizio al Gate siamo soli, e capiamo di essere stati fra i primi arrivati in aeroporto; alla spicciolata le poltroncine si riempiono; l’A380, con le sue linee tozze ma eleganti, è pronto, li fuori oltre la vetrata, lo posso quasi toccare. Ma manca ancora l’equipaggio, imbottigliato nel traffico proveniente da Tokio. I piloti, le hostess, gli steward, sono proprio gli ultimi ad arrivare, e scorrono fra due ali di passeggeri, che li accolgono con fischi di sollievo e applausi.

E’ l’ultimo atto di questi indelebili quattro giorni. Finalmente il ventre dell’aereo ci accoglie come un’oasi. Mentre i motori fischiano sommessi, ho sentimenti contrastanti: sento l’urgenza di decollare, di mettere più miglia possibili fra me e quel rischio di nuove scosse che mi fa formicolare la schiena, la voglia di sciogliermi nell’abbraccio di Monia e dei miei figli; ma sento forte anche il rispetto e la pena per quel popolo ferito che lascio dietro di me.

Prima del decollo, il comandante prende il microfono e interrompe i miei pensieri; con il classico inglese sicuro dall’accento tedesco targato Lufthansa, si scusa del ritardo, poi esclama “...sarete comunque felici per essere decollati adesso, quando vedrete le ultime notizie al nostro arrivo a Francoforte...”. Il rombo dei motori ci spingeva, infatti, velocemente lontani dall’ultimo pericolo, portato dal vento di Fukushima.


venerdì 9 marzo 2018

Il Vanto del Dolore


Scriverò qualcosa a mente fredda, mi dicevo, come a volte faccio quando un evento mi scuote il cuore, inseguendo un pensiero scevro dall'umoralità. Ma il giorno dopo la mente non si raffredda, perché il cuore è ancora troppo caldo.
C'ero, ieri, in quella storica piazza, la più cara ai Fiorentini, ora cara anche a me. C'ero a salutare il Capitano, indeciso fino all'ultimo: in fondo, perché sacrificare due o tre ore di lavoro e di permesso, per essere un puntolino insignificante in mezzo ad una folla?
Alla fine, forse solo alla fine, ho trovato la ragione.
Entro in piazza da via dell'Anguillara, e scavalcate le catene scivolo in un mondo parallelo: lasciate alle spalle le viuzze già infestate di turisti, sono fagocitato da questa moltitudine silenziosa, da questa tensione vibrante che ti fa intuire che Davide è già qui, poco più avanti, dentro una bara di legno chiaro, in attesa; aspetta gli ultimi colleghi ritardatari, in volo dall'Inghilterra. La gente mormora "Oh, è arrivata la Juve, Chiellini...", "c'è Buffon...", e proprio perché son loro, la mani partono da sole, sbattono forte le une con le altre; sento uno vicino a me che mormora "applauditeli, applauditeli forte!".
Solo ora l'ultimo atto può cominciare, la bara avanza in mezzo ai bambini gigliati che fanno da ala protettrice. La moltitudine vestita da stadio, sciarpe, felpe, cappellini, mormora le formule religiose fatte di "Amen" e "Padre nostro". Da fuori il coro del Maggio Fiorentino è solo un intuizione, ma si sente forte l'omelia; per la prima volta gli occhi frizzano e di nuovo le mani sbattono quando lui viene proclamato figlio di Firenze. Poi di nuovo silenzio, assordante, tanto che si sentono i professori rimproverare i ragazzi affacciati alle finestre del Liceo Alberti.
Le pietre grige bagnate rispecchiano il marmo bianco e le bandiere viola, e rimbalzano la voce incrinata di Badelj che ricorda l'amico, che mi da il colpo di grazia rammentando che a Davide piace l'uva come piace anche alla piccola Vittoria.
La bara esce, sosta a lungo sul Sagrato, e la folla si dipinge di sciarpe viola; dopo l'incenso il legno cattivo s'impregna dei fumogeni viola; prima del buio è baciata dal sole di Firenze; dopo gli inni latini è cullata dall'inno antico; non lo canto, all'inizio mi sembra quasi blasfemo, ma alzo la voce su una frase che mi pare, invece, quanto mai appropriata: "...per esser di Firenze vanto e gloria...". Il canto scema, e nel silenzio che segue, un grido accanto a me "Forza Vittoria", e gli applausi si confondono con le lacrime.
Ora arriva la risposta al dubbio originale, al consueto perché dell'ultimo saluto ad un amico, ad un parente... davanti alle transenne, schivi, umili, distrutti, sfilano i più colpiti: la compagna; il fratello; il padre alza gli occhi, vede la marea, ne è colpito, congiunge le mani, abbozza addirittura un sorriso e mormora "grazie"; la madre si porta la mano alle labbra e lancia alla piazza un bacio veloce. Per questo ero qui, per questi due unici secondi in cui il dolore ha lasciato le loro spalle.

lunedì 5 marzo 2018

Il Dolore dell'Innocenza


La vedo quella bambina di due anni che, braccia spalancate e sorriso pieno, corre incontro al babbo alto, che entra in casa con il borsone sulla spalla, di ritorno dal suo lavoro domenicale, tanto invidiato dai più, tanto normale per lei.
La vedo, mentre il babbo felice, ormai dimentico dell'erba verde, dell'implacabile tabellone luminoso, dello spogliatoio sudato, dei riflettori e delle urla, si sgancia il borsone gigliato dalla spalla, l'acchiappa al volo, e se la porta al volto.
La vedo mentre si perde, solleticata dalla barba ispida, nell'odore di shampoo e di fatica, con le manine che stringono forte l'idolo solo suo.
La vedo la mamma, appoggiata alla porta del corridoio, braccia conserte, sorriso sulle labbra, che osserva la scena sorniona, pronta a sopportare anche i mugugni dell'ennesima partita storta.

Ora vedo quella bambina che oggi ancora aspetta, in mezzo a quel corridoio oggi buio che nessuno ieri ha illuminato. La testolina piena di domande, di dubbi, le orecchie rimbombanti delle brutte urla disperate della mamma, le sue lacrime sulla guancia. Sicura dentro di se di un ritorno sempre più insicuro, ma già incompleta di un vuoto che ancora non capisce.

La vedo bambina, ragazza, donna, quando tutti le ricorderanno quanto era grande, onesto, lavoratore, quell'uomo che chiameranno ancora Capitano; e nel suo vuoto arriverà ancora come un'onda il sentore di shampoo, la puntura della barba, l'abbraccio forte.

Ciao Davide

venerdì 18 agosto 2017

Ombra sulla Rambla



...e guardo ancora quella foto di un anno fa: una famosa piastrella firmata da Mirò, una delle tante parte di un famoso mosaico, vicino ad un famoso teatro, a metà di una famosissima via.
Su quella piastrella si staglia l'ombra di mio figlio, che so sorridente, perché insieme a me, insieme a sua madre, a sua sorella, a suo cugino, nel sole splendente dei sui 10 anni appena compiuti, era immerso in una vacanza unica, in una città bellissima e calda, che lo aveva accolto con i suoi colori, con i suoi sapori e profumi, con la sua storica camiseta blaugrana.

Su quella piastrella, ieri, ha fermato la sua corsa la belva, la solita bestia imbottita di deviata ideologia islamica, non prima di aver falciato 13 vite, e distrutto l'esistenza di tante altre famiglie che, come la mia un anno fa, assaporavano Barcellona.


Vivo la disillusione di una guerra persa; vuoti discorsi di vicinanza, di unione, di coraggio e assenza di paura, quando la soluzione, che io non pretendo di conoscere, temo essere ben lontana dall'accoglienza, dal dialogo e dall'umana comprensione, dall'apertura di nuovi luoghi di culto e dalla tolleranza di usanze, consuetudini e leggi troppo lontane del credo dell'occidentale civiltà.
La guerra è persa, perché ci sarà sempre, in uno scantinato di Milano, in un centro culturale di Parigi, nel retro di un negozio di kebab di Londra, o in una riconosciuta moschea di Madrid, un pazzo imam in cerca di menti deboli, che blatera contro gli infedeli da annientare, promulgando il vero verbo del profeta; e quel pazzo imam, la mente debole, o malata quanto lui, la troverà sempre, perché di esse, purtroppo, è pieno il mondo.

Ma forse un briciolo di speranza rimane: no, non nei gessetti colorati, nelle candele, nelle pacifiste bandiere multicolore.... bensì negli occhi di quel poliziotto eroe, che a Cambrils, freddo cecchino, inquadra quattro bestie armate di machete e asce nel mirino della sua arma, e senza troppo pensarci li rende felici spedendoli fra le braccia delle inesistenti 72 vergini.

sabato 7 maggio 2016

Orgoglio


L'orgoglio nasce da lontano, si intesse con la tua storia, con il tuo vissuto, sia nelle piccole che nelle grandi vittorie.
Vive di ricordi, di momenti, che ti rendono parte di un insieme più grande.
Anch'io ho fatto parte di quell'insieme che oggi è stato vittorioso, anch'io oggi, vedendo quel traguardo raggiunto, ho ricordato.....

Ricordo l'imbarazzo di entrare in quello spogliatoio puzzolente di sudore, fra amici e sconosciuti, tutti ugualmente distanti perchè stavano indossando l'uniforme della prossima battaglia, mentre io ero semplicemente armato di carta e penna per scrivere le note.
Ricordo i tanti Mercoledì, quando anch'io mi mischiavo fra loro, tutti a rincorrere un pallone pesante, zuppi, carichi di mota, e con gli occhi stretti da una lama di tramontana che solo chi abita qui conosce, e solo chi sta in mezzo al Barano teme.
Ricordo le carovane di auto per raggiungere trasferte improbabili. I campi di patate, dove le patate erano sassi. Le piscine di fango. Il fango che la domenica mattina a Gennaio è duro di ghiaccio e gli scarpini intonano il tip-tap.
Ricordo le risse di un UISP ormai passata, quando i giocatori imbizzarriti scavalcavano la rete per salutare non troppo gentilmente il pubblico.
Ricordo gli arbitri che entrano nel nostro spogliatoio quasi sospirando rassegnati, sapendo che quello era Il Vitolini, e il pomeriggio sarebbe stato duro.

E ricordo tanti, troppi, amici giocatori...
Ricordo un paesano burlone che alla Chiama aspettava sempre gli arbitri senza maglia, e sempre per quello si faceva rimproverare ("Borracchini, la maglia prego...").
Ricordo un piccoletto, amico cristallino, talento inafferrabile, con il cognome equino, che già da bambinetto era amato da tutti, specie dal burbero capitano che vedendolo sostituito, urlava guardando in cagnesco l'allenatore che aveva osato tanto: "Pippo... che ti sei fatto male?".
Ricordo gli urli di quel burbero Maurizio, che sembrava uscito dai 300 di Sparta, ultimo a uscire da ogni corrida, con tutti incazzato, di tutti amico, alla fine un po' tradito da un calcio amatoriale che cambiava.
Ricordo un portiere del paese istituzione, specializzato nel subire gol a voragine, ma dalla passione infinita.
Ricordo un attaccante dal soprannome rotondo, al quale bastava "buttarla" bene, per farlo segnare.
Ne ricordo un altro con una classe infinita, capace di rovesciate, tacchi al volo, dribbling edmundeggianti, ma se gli chiedevi se la Juve era in serie A o B, non sapeva risponderti... poi ha preferito i bonghi...
Un numero 10 che anche nel più caotico spogliatoio, trovava lo spazio per stendere il suo asciugamanino, e appoggiarvi la crema idratante, il gel, il profumo...
Vedo ancora davanti agli occhi un difensore che faceva rabbrividire tutti con il colpo dello scorpione.
Un altro con il soprannome da topo che in campo era una tigre.
E vedo chi non c'è più, uomini che oggi sarebbero impazziti di gioia.

Ecco, oggi questa vittoria è anche di tutti coloro che quella maglietta l'hanno indossata, da quel lontano 1987 in cui tutto nacque. Quindi è anche la mia...

Soprattutto questa è la vittoria di VITOLINI !

mercoledì 23 marzo 2016

Sono un Soldato



Io sono un soldato.

come un soldato, ogni giorno, salgo su un treno affollato che mi porta al lavoro, per stazioni brulicanti di soldati nelle cui facce vedo la mia.
Come un soldato porto i miei figli a scuola, saluto mia moglie augurandomi non sia l'ultima volta.
Come un soldato vado in missione, in Paesi stranieri popolati solo da soldati, tante volte amici nella stessa battaglia, altre nemici a cui guardare con sospetto.
Come un soldato piango i miei commilitoni dilaniati caduti in un'imboscata nella hall di un aeroporto, nel vagone di una metro, in un ristorante o in u teatro parigini...
Come un soldato vivo una guerra da me non voluta, con la tensione dell'incertezza e la sicurezza di essere un bersaglio.

Ma come un soldato che combatte per la sua terra, per la sua famiglia, dico a quei bastardi che mi vogliono morto che non avranno la mia paura, ma solo il mio disprezzo e la mia rabbia.

domenica 24 gennaio 2016

Famiglie & Famiglie

Succede che qualche giorno fa, in Siria, sono stati massacrati 400 civili e militari filo-governativi, e almeno 150 persone sono state decapitate (!), incluse decine di donne e bambini...
Su un altro fronte, a Mosul in Iraq, i terroristi dell'Isis hanno bruciato vive (!) in pubblico tre donne accusate di collaborare con la Coalizione militare capeggiata dagli Stati Uniti....
Nel Mar Egeo l'ennesimo barcone affonda, e muoiono 45 persone di cui 20 bambini...

Ecco, nei giorni in cui il dibattito sul significato di famiglia si infiamma, in cui vedo livore verso chi ha un'idea al riguardo che nella sua conformità diventa anti-conformità da condannare, forse sarebbe opportuno che i titoli dei giornali, i post dei socials, le aperture dei telegiornali si occupassero anche di quelle famiglie che ogni giorno vengono distrutte, di quelle parti del mondo, stragrande maggioranza geografica, in cui la priorità è la sopravvivenza della famiglia, non la sua definizione.



sabato 3 ottobre 2015

Riflessioni orange

Schiphol. In attesa del volo. Con J-Ax nelle cuffie che blatera di "un altro viaggio"  e delle magagne del Bel Paese, rifletto su una settimana vissuta in un Paese Bello: l'Olanda, con la sua precisione, con le sue strade pulite, i canali e i prati curati, i ragazzi in bicicletta a 12 anni per andare a scuola, perché il pulmino è un concetto sconosciuto, e che sembrano persino ignorare la parola "motorino", così apparentemente perfetti e inquadrati, immersi in un'opulenza poco conosciuta alle nostre latitudini.
Inevitabile il confronto con l'Italia, bella si, anzi bellissima nelle sue lande, ma così svilita, svenduta, abbrutita, sciupata e inzaccherata nelle sue città potenzialmente magnifiche, sempre più povera nei valori della sua gioventù imbevuta di social. Vengo assalito da una strisciante ansia, per me, ma soprattutto per i miei figli: se la globalità gli imporrà il confronto con quella gioventù straniera che sembra, rispetto a loro, così ariana, così superiore, così dannatamente costruita fin dall'infanzia per esserlo, sapranno reggere il colpo ed essere all'altezza? Perché non basterà la proverbiale intelligenza italica (leggi scaltrezza)... Il mondo moderno esige sempre di più, e qui noi siamo rimasti al palo.

P.S. Appena atterrato, chiedo al tassista "Posso usare l'AmericanExpress?"... Risposta "Boh, se la prende"...  Appunto. Welcome in Italy...


lunedì 31 agosto 2015

Ridimensionati



No, non si tratta solo di una azienda i cui conti devono tornare nella partita doppia di fine anno.
No, non è una silenziosa arena in cui si gioca in penombra un'intelligente partita a scacchi fra onesti campioni.
No, non è una disputa dialettale in cui le offese verbali si pagano con lo sdegno.
No, non è un tavolo ovale al quale siedono limpidi professionisti e dove una stretta di mano è sacra.
No, non è un film strappalacrime a stelle e strisce in cui l'accozzaglia di panzoni squattrinati vince la Finale contro 11 marcantonii palestrati e strapagati.
No, non è una proprietà da non condividere, senza alzare gli occhi al cielo costellato da quelle 30/40 mila stelle urlanti.
No, non è un eremo marchigiano nel quale nascondersi corrucciati, guardando con sprezzo dall'alto il mondo viola.

No, caro Andrea della Valle... Il Calcio non è questo. La Fiorentina non è questo.
Entrambi sono cuore e passione, una follia per la quale vale la pena perdere la testa.
Se non hai più la voglia e la convinzione di naufragare in questo mare, ritira i remi in barca, e comincia a cercare un nocchiere più pazzo di te.



mercoledì 7 gennaio 2015

Je suis Charlie



Facile, ora, condannare, dissociarsi, inorridire...
Era, forse, scomodo fare scudo a quelle colorate vignette, prima?
Necessitava, forse, una dose troppo elevata di coraggio?
Era poco conveniente rispetto alla dirimpettaia e numerosa comunità di quelli che pregano sul tappetino?
O proprio non fattibile per chi, nella comunità vi era dentro, dissociarsi dal coro dei critici o, peggio, dei vocianti dal pulpito che incasellavano giornalisti e vignettisti come condannati a morte?

Perché tanti, troppi,  criticavano, vociavano, appoggiavano la minoranza/maggioranza tumultuosa e arrogante, attenti, come sempre, a non offendere, urtare, stuzzicare quella pericolosa e spesso non scomoda, bensì comoda, "folla".
"Via, un po' di ritegno" dicevano "non hanno tutti i torti ad indignarsi... come si fa, con vignette ed articoli così offensivi?!"
Gli stessi, ora, piangono, si stracciano le vesti, difendono, alzano lo scudo...

Ma in questa pazza sinusoide, in cui loro, i mostri con il kalashnikov, si arrampicano ritmicamente per premere il grilletto giunti all'acme, e poi nascondersi all'ombra della curva discendente, quando il clamore del gesto scema, siamo noi tutti, bersagli a nostra volta, a decidere il ritmo.

Perché anche in giorni di relativa quiete, quando anche una semplice parola, una singola dichiarazione, vanno contro quello che i nostri antenati hanno faticato a costruire e a fregiare con il nome di Civiltà, di Diritto Umano, di Libertà, anche in quegli apparentemente innocui istanti l'indice dovrebbe levarsi e, unanimi, non sporadici, gli scudi alzarsi.

domenica 14 settembre 2014

Boccasciutta


...Poi ti risvegli in questo pomeriggio assolato di fine estate e scopri che le tue poche certezze calcistiche sono, come dire, evaporate...
Si, perchè per noi romantici viola il Campionato non era mica cominciato a Roma. No, quello era una prova, un passo falso che si rimediava sicuramente fra le mura amiche contro il Grifone. Vedrai cosa succede quando Montella decide di schierare la formazione giusta, e non quella tutta sbilenca e Brillante, messa su per convincere Pradè a comprare Richards-Badelj-Kurtic... Vedrai... Il tedesco ne fa almeno tre, il Baba altri due, Borja uno in rovesciata... Ah già, ma rientra anche lui, il trecciolino colombiano che abbiamo rubato alle grandi... Ah beh, allora la goleada è assicurata!
E invece no... Fiorentina a bocca asciutta, ferma al palo, e questa volta il legno non l'abbiamo nemmeno preso, non ce la possiamo rifare con la sfortuna.

Le figurine dei giocatori sul campo verde erano quelle giuste (a parte forse l'Alonso calciatore, ben più lento di quello motorizzato, che a sorpresa si fa preferire all'azzurro Manuel).
Sullo stesso campo verde lo spettacolo assomiglia preoccupantemente a tante asfittiche messe in scena dello scorso anno, con i viola che si dannano l'anima per trovare trame offensive il cui ordito è regolarmente spezzato dalla massa difensiva rosso-blu; e quando i nostri sgusciano fra le maglie di questa fitta rete, trovano una vecchia conscenza, lo stesso Perin che già tempo fa disse di no tante volte ai tiri fiorentini.
I minuti se ne vanno anche troppo lenti, fra un errore di Gomez ("Montella, levalo!"), un paio di tiracci di Aquilani, l'ingresso dell'opaco Ilicic, del rimandato Berna, con la triste uscita di scena dello stesso Gomez ("Montella, ma che fai, lo leviiii?")...
Insomma, l'ennesino pomeriggio da nulla di fatto, mentre le altre se ne vanno, buon per loro, a lottare per lo Scudetto.
E le certezze si trasformano in domane:
Ma Gomez è un panzero o un U-boot zavorrato?
Ma Cuadrado penserà per tutto l'anno alla Sacrada Famiglia?
Ma Borja ha giurato amore eterno a Firenze, perchè qui ha cominciato il buen retiro?
Ma Richards saprà mettere un cross in più di Tomovic, cioè almeno uno a partita?
Ma Pizarro è alle pompe?   (domanda retorica)
Ma Berna e Baba sono meglio di Yakovenko e El Hamdaoui?
Ma Ilicic.....?

Ma a parte questi quesiti semiseri, stasera i tifosi viola hanno in testa un pensiero comune, un faro puntato oltreoceano, verso il Colorado... E tutti si chiedono:
Ma quanto ci mancherà Giuseppe?

giovedì 12 giugno 2014

E ora... Forza Italia?



Da una parte ci sarebbe il fastidioso olezzo di un'insopportabile Federazione Gioco Calcio, comandata da una cariatide logorroica che incredibilmente resiste alle nefandezze di uno sport che affonda, immagine del Bel Paese in crisi (ma visto che tale losca figura è piazzata sul suo scranno dalla platea votante dei Presidenti di Società, la connivenza globale è ovvia, e chi è senza peccato scagli la prima pietra).
Ci sarebbe un allenatore tanto amato a Firenze in passato, quanto, nella stessa città, ora, visto con sospetto se non con rabbia, per i troppi sassolini che si toglie ogni pochi passi e per l'illustre esclusione del Giuseppe nazionale.
Ci sarebbe un codice etico applicato dall'allenatore di cui sopra in modo perlomeno naif, con pennellate spesso troppo a strisce.
Ci sarebbero i giocatori da riviste patinate, abbarbicati alla bellona di turno, sulla Ferrari di turno, con gli occhialoni neri e il capello leccato, o mohicanato, d'ordinanza, brutto esempio di quello che la fatica e l'abnegazione in uno sport non dovrebbero mai produrre, sputo in faccia alla Dea Bendata che gli ha dato in dono il talento.

Ma dall'altra parte ci sarebbe...
Ci sarebbe un bambino che sotto il sole cocente di un pomeriggio di Luglio scopre il miracolo del Calcio, quando gli dei verde-oro cadono sotto i colpi di un altro Rossi.
Ci sarebbero due tedeschi capitati chissà come nel Bar del paese in una delle loro tante serate da dimenticare, che dopo l'ultimo sigillo di Altobelli si alzano in piedi e applaudono.
Ci sarebbe una 500 scarrettata, interamente coperta di nastro adesivo verde e bianco (rossa lo era già) che sfreccia davanti allo stesso bambino di prima, ora meravigliato e ubriaco della gioia degli altri.
Ci sarebbero le Notti Magiche e una canzone rimasta nel cuore.
Ci sarebbe un divino numero 10, che inventa un colpo da biliardo contro gli africani, e tira giù Sacchi dalla scaletta dell'aereo sul quale già stava salendo.
Ci sarebbero, ahimè, lo stesso codino che spara al cielo un rigore decisivo e le lacrime di uno stoico capitano dal nome Franco.
Ci sarebbero i rigori più fortunati di molti anni dopo, quelli di una notte in cui il cielo di Berlino si tinse di Azzurro.
Già l'Azzurro...
Per tutti questi distinguo, per tutte queste immagini che mi frullano in testa, ricordi indelebili di una passione, lascio da parte l'amato provincialismo. Mi siedo al Bar con gli amici di sempre, pronto all'abbraccio liberatorio o al masticare amaro, pronto comunque alle emozioni di un Mondiale.
E anche se non dimentico l'altra faccia della Luna, anche se guarderò al bel calcio degli altri con affetto più sincero di tante altre volte, decido comunque di accarezzare di nuovo col cuore quel bel colore Azzurro... E quindi, Forza Italia.

martedì 4 marzo 2014

Forza Brasile

Accecato dalla delusione e dalla rabbia per le recenti decisioni del Palazzo del calcio italiano, nei confronti della Fiorentina e non solo, quando mi si para davanti la foto dei luccicanti giocatori azzurro-juventini, che presentano le poco economiche nuove divise, che, fra non molto, verranno sfoggiate con professionalità da Naomo sulle dolci spiagge brasiliane, mi è salito un ovvio conato, e su Facebook, con sarcastica acidità ho commentato: "Ai prossimi Mondiali, Forza Brasile!".
Avendo ricevuto critiche da destra e manca, da patrioti offesi dalla mia evidente anti-italianità, mi sento in dovere di puntualizzare...
Perchè come spesso accade a qualcuno risulta difficile capire il senso della mia, della nostra rabbia.
Non lo capiscono perchè non hanno mai contestato la Società e la Dirigenza della loro squadra di club, pur gioendo per le vittorie dei colori amati. Certamente non la capiscono gli juventini, che raramente hanno avuto questa spiacevole esperienza, visto che la Fiat ha sempre opportunamente foraggiato sia la squadra che la Lega, nonchè la classe arbitrale (non è dietrologia, bensì verità venuta a galla senza nemmeno scavare troppo, è scritto nero su bianco).
Non lo capiscono, forse, perchè per convenienza preferiscono tenere grosse fette di prosciutto sugli occhi, per non vedere e annusare le nefandezze e l'olezzo che trasudano dal Palazzo-Skymediaset.
Pertanto, ribadisco: da buon Fantozzi sarò felice e carosellante per le eventuali, e improbabili, vittorie azzurre, ma non posso tapparmi il naso di fronte a, nell'ordine:
1. una Lega Calcio da operetta, capace di distruggere il patrimonio sportivo di una nazione fra le prime nel mondo come cultura del football.
2. un presidente di Lega degno attore dell'operetta suddetta, incredibilmente rieletto dopo la Caporetto del Sud Africa, privo di intelligenza, lungimiranza e dialettica.
3. una rosa fatta di indagati, e, soprattutto, viziati supponenti (siete capaci, voi, di tifare per il nero marione nazionale? prego, accomodatevi...).
4. un allenatore campione di onestà, che, mentre giurava fedeltà alla "piccola" Firenze, aveva già posto la firma sul contratto milionario con la Lega, e che applica il Fair-Play in modo selettivo (lascia fuori DeRossi espulso in campionato, ma ha sempre fatto giocare il marione di cui sopra, nonostante le sue bravate fuori e dentro al campo).
Detto ciò, provate a vietarmi di tifare per il bel calcio, che si chiami Brasile, Spagna, Argentina o Costa Rica... non ci riuscirete!
Di sicuro, purtroppo, il bel calcio non si chiama Italia!!!!

martedì 25 febbraio 2014

Un uomo solo in mezzo al campo


Montella, ieri, ore 20.50 circa:

"Vediamo se ha il coraggio... io sono sotto i riflettori di questo stadio nemico, che però mi riconosce il valore di un pareggio acciuffato in 10... faccio qualche passo verso il centro campo, uomo solo ma con il mento rivolto a lui... il giallo di turno, tale Gervasoni (ma non era un personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo?).
Arbitro, urlo, venga a stringermi la mano!
Ma come, mi guarda appena da sopra la spalla, con sguardo trucido? Forse bofonchia anche un "vaffa..." e scomoda i Santi?
Guarda come se ne va lesto lesto verso il riparo sicuro degli spogliatoi, e le braccia amiche del Braschi-protettore, con il pallone sotto il braccio, sprezzante nei miei confronti, nei confronti delle maglie viola che lo circondano?
Eppure mi avevano insegnato che l'arbitro lascia il campo per ultimo, a meno che non sia braccato dalla folla, costretto a uscire dallo stadio scortato dalle camionette della Polizia... Ma io non sono la folla, sono solo un allenatore che ha raggiunto il limite! Io, come la mia Società, come una Città intera.
No, non è per il rigore subito, né per quello non concesso (anche se, e stento ancora a crederlo, ho sentito quella giacchetta gialla che apostrofava Marione con un qualcosa tipo "sei ridicolo, pezzo di m...").
Non è per il rosso a quel cammellone del nostro difensore nero, né per il rosso alla rabbia del più calmo dei miei centrocampisti.
E' per l'atteggiamento, per la sfida che sempre più spesso dobbiamo affrontare! E' vero, è chiaro: siamo diventati antipatici... Il diverso lo è sempre, e noi siamo diversi: pretendiamo di dare spettacolo in campo, di fare il terzo tempo, di parlare di Fair-Play, di abbattere barriere allo stadio, di professare un diverso approccio agli stipendi dei giocatori e alla ripartizione dei diritti televisivi ... Osiamo sognare la Champions, anche se i nostri abbonati a Skymediaset sono metà della metà di quelli di Napoli, Roma o juve... Ora abbiamo anche un presidente onorario che si permette di dare dell'imbecille a chi fa proclami idioti, ma porta un cognome troppo pesante e intoccabile.
Via, basta! La giacchetta gialla ha già sceso le scalette... Domani, forse, mi squalificano... Daranno due giornate a Borja per fargli saltare Torino... Anzi no, vista l'aria che tira gliene danno quattro, così salta anche Napoli!
E poi Braschi dirà che l'arbitro è stato perfetto, e che siamo noi facinorosi, da punire perché colpevoli di ogni schifezza.... Un copione già visto.
Eh si, siamo diventati proprio anticipatici....."

E rimase solo, come soli rimaniamo noi, poveri illusi tifosi viola...

domenica 16 febbraio 2014

Malafede

Via, mi son detto, lasciamo perdere, ci dormo su... Domattina a mente fredda ci ripenso, e vedrai che tutto appare chiaro: il valore dell'avversario; la loro supremazia nel primo tempo; la stanchezza di una squadra strizzata dalla forse eccessiva nevrosi di una finale di Coppa Italia, costretta a giocare con gli stessi effettivi da troppo tempo, a fare i conti con l'assenza del faro spagnolo di centrocampo; le, a dir poco, opininabili scelte di formazione iniziale, senza una punta di ruolo, senza la copertura di Pasqual, con in campo un Aquilani che alla Snai era dato 10 a 1....
Poi stamattina mi sveglio, faccio il compitino del ricordo, e....
E no!!!!

 No, perchè una maglia bianca davanti ad una maglia viola, in 100 metri quadrati di libero campo verde, in una lenta (per i canoni calcistici) azione di gioco, non è, non può essere una svista per chi di mestiere deve vedere solo quello! No, non raccontatemi la favoletta dell'errore umano, del fischio che nell'incertezza non fischia. C'è un solo nome per tutto ciò: malafede.
E c'è malafede nei cartellini gialli che non escono nel primo tempo, nel rigore solare su Joaquin prima del duplice fischio.
C'è malafede se quando regali un giallo per un fallo netto ed inutile su Cuadrado, non hai il coraggio di regalarne un secondo, che significherebbe rosso, a fronte di una reazione scomposta e imbarazzante dello stesso giocatore sullo stesso colombiano.
E attenzione: non c'entra niente l'avversario; l'Inter è solo il beneficiario di turno. La vittima è la Viola, colpevole di rappresentare la realtà bella, pulita, fuori dagli schemi, nei suoi attori e nei suoi dirigenti, di un calcio italiano incanalato su un copione che tutti ormai conosciamo a memoria.
Occhieggiate un attimo la classifica senza errori arbitrali (fra l'altro, dopo ieri sera, da aggiornare)... Ancora dubbi su chi "deve" occupare il podio della Serie A?


giovedì 16 gennaio 2014

Stamina: dubbi e certezze


Sembrava tutto molto bello, poetico quasi... L'eterna lotta di DonChisciotte contro i mulini a vento.
Lui, DonChisciotte, con le sembianze di uno slavato e un po' trucido dottore-non-dottore, capace di portare speranza nei cuori di chi speranza non aveva più, al secolo Davide Vannoni.
Loro, i mulini a vento che macinano farmaci invece di farina, le case farmaceutiche senza nome e senza sembianze, ma impersonate da forse prezzolati professori, dai rugosi volti balbettanti, ideali icone di una scienza arcaica, ferma ai concetti geocentrici e avversa al nuovo che avanza.

A lungo ho appoggiato e difeso a spada tratta questa trama, ponendomi ovviamente delle domande, che trovavano presto risposta nella logica della fame di speranza, nella speranza stessa del lampo di genio fuori dagli schemi; in effetti, evidenti erano pure le ipocrisie burocratiche di giudici che negano cure, fin troppo condivisibili le suppliche dei genitori nei quali mi immedesimavo.

Poi arriva l'uragano mediatico: la Stamina Fondation, Vannoni, il suo referente scientifico, Andolina, ficcati nel tritarifiuti televisivo, senza troppo diritto di replica. All'inizio appare tutto come il sopravvento del potere occulto, quello che specula sulla pelle dei malati alla sola ricerca del farmaco spendibile e vendibile.
Ma le domande si accumulano, le evidenze pure, e il peso delle carte, delle denuncie, delle testimonianze di chi ha fatto della ricerca la sua vita, mi portano a pochi, certi, convincimenti:

Numero 1: appare evidente che il team di Stamina ha vissuto due vite, piuttosto diverse nei contenuti, ma ugualmente rilevanti; la prima, quando le infusioni venivano fatte a SanMarino, a pagamento; sui metodi c'è poco da dire, visto che tutt'ora, in Svizzera per esempio, ci sono centri privati che operano con le stesse modalità e con gli stessi prezzi. Su quelle attività sta indagando la magistratura, e se ci sono stati illeciti, paghi chi deve pagare.
La seconda vita è attualità: gli Spedali Civili di Brescia; l'approdo della metodologia in tale istituto, per ammissione dello stesso Vannoni, cade nell'ambito del favoritismo; pertanto sia le modalità di accesso alla struttura, sia la seguente attività giornaliera di Stamina, anche in questo caso, deve passare al vaglio della magistratura, ma, in ugual modo, deve essere oggetto di studio anche la catena dirigenziale dell'ospedale bresciano.

Numero 2: il cuore del problema; Vannoni spaccia un intruglio inutile, forse dannoso, sicuramente non benefico, o c'è del buono nella metodologia? Anche qui i dubbi si sommano... le testimonianze di chi ha votato la vita alla ricerca, di genetisti di fama internazionale, che esprimono il loro sdegno nei confronti di Stamina, potrebbe essere anche una difesa a spada tratta del castello delle sovvenzioni e dei fondi privati e statali; ma quando ti mostrano la richiesta di brevetto fatta di tre paginette con brani copiati da Wikipedia, con concetti definiti a dir poco dilettanteschi, senza basi provate, e la confrontano con vere, lunghe, dettagliate, pubblicazioni scientifiche, fatte di annose prove sul campo, immagini, bibliografie, allora il dubbio che Stamina non abbia fondamenta solide si fa certezza. Quando si mostra, per esempio, la classificazione delle provette cellulari di un laboratorio impegnato in ricerche commissionate da tutto il mondo, fatte di codici a barre, database e certezza di provenienza, con le provette prelevate agli Spedali, con etichette illeggibili scritte a lapis, il dubbio che in Stamina si navighi a vista, e ci sia molta approssimazione, anche qui, si fa certezza.

Numero 3: rimane l'ultimo tassello del puzzle, quello che mi serba un barlume di speranza: sono quei 34 pazienti, bambini e non, che hanno ricevuto le infusioni a Brescia; quei 34 che, per giurata ammissione dei genitori e parenti, ma anche per certificate dichiarazioni non solo di medici curanti, poco autorevoli si dirà, ma anche del Dott.Villanova, autorevole senza dubbio, dei miglioramenti li hanno avuti; minimi segni che a volte solo l'esperto può rilevare, ma che sono raggi di speranza nell'abisso nero della malattia.

Ecco allora la necessità di una seconda commissione scientifica, imparziale e senza preconcetti, che faccia un po' di luce sulle procedure e sui contenuti; di pareri autorevoli, come quello, per esempio, del Prof. Ricordi, che da tempo si è reso disponibile per analizzare e commentare, che sanciscano o la necessità di indagare e approfondire, oppure stendano un velo su un tentativo finito male.
Perchè se è vero che i genitori hanno il diritto di affidarsi a cure compassionevoli, con terapie non completamente corroborate da sperimentazione rigorosa, dall'altra parte non si può creare un precedente che consenta a qualsiasi imbonitore di spacciare l'Olio di Serpente per cura miracolosa.


venerdì 27 dicembre 2013

34


1. il sole del Brasile
2. il tuo sorriso che lo rispecchia
3. la parola mamma ripetuta all'infinito
4. i tuoi riccioli ribelli
5. i tuoi "occhi dolci"
6. i tuoi occhi seri
7. anni della piccola peste
8. il tuo non piacersi mai
9. pelle d'ambra e Ambra sulla pelle
10. il cuoricino sul collo
11. un vestito bianco con mille lacci
12. tu che ruoti come un girasole
13. labbra disegnate
14. risata travolgente
15. una lacrima che togli con rabbia
16. abbraccio nel buio della notte
17. le tue notti insonni
18. le domeniche pomeriggio di sonno recuperato
19. mani che mi tagliano i capelli
20. piedi nudi sulla sabbia
21. una piscina d'estate
22. viaggi in auto
23. un volo oltreoceano verso una vita insieme
24. parole che bruciano
25. silenzi che parlano
26. parole con le doppie mancate
27. ciocca di capelli su un occhio
28. voglia di cioccolata bianca
29. freddo anche d'Estate
30. il valore dell'amicizia
31. il caffè anche se il caffè non ti piace
32. La parola Amore
33. il tuo cuore grande
34. i tuoi anni oggi....

Pronto ad aggiungere le tue meraviglie anno dopo anno..... Buon Compleanno, mia Metà di tutto il resto....