lunedì 5 marzo 2018

Il Dolore dell'Innocenza


La vedo quella bambina di due anni che, braccia spalancate e sorriso pieno, corre incontro al babbo alto, che entra in casa con il borsone sulla spalla, di ritorno dal suo lavoro domenicale, tanto invidiato dai più, tanto normale per lei.
La vedo, mentre il babbo felice, ormai dimentico dell'erba verde, dell'implacabile tabellone luminoso, dello spogliatoio sudato, dei riflettori e delle urla, si sgancia il borsone gigliato dalla spalla, l'acchiappa al volo, e se la porta al volto.
La vedo mentre si perde, solleticata dalla barba ispida, nell'odore di shampoo e di fatica, con le manine che stringono forte l'idolo solo suo.
La vedo la mamma, appoggiata alla porta del corridoio, braccia conserte, sorriso sulle labbra, che osserva la scena sorniona, pronta a sopportare anche i mugugni dell'ennesima partita storta.

Ora vedo quella bambina che oggi ancora aspetta, in mezzo a quel corridoio oggi buio che nessuno ieri ha illuminato. La testolina piena di domande, di dubbi, le orecchie rimbombanti delle brutte urla disperate della mamma, le sue lacrime sulla guancia. Sicura dentro di se di un ritorno sempre più insicuro, ma già incompleta di un vuoto che ancora non capisce.

La vedo bambina, ragazza, donna, quando tutti le ricorderanno quanto era grande, onesto, lavoratore, quell'uomo che chiameranno ancora Capitano; e nel suo vuoto arriverà ancora come un'onda il sentore di shampoo, la puntura della barba, l'abbraccio forte.

Ciao Davide

venerdì 18 agosto 2017

Ombra sulla Rambla



...e guardo ancora quella foto di un anno fa: una famosa piastrella firmata da Mirò, una delle tante parte di un famoso mosaico, vicino ad un famoso teatro, a metà di una famosissima via.
Su quella piastrella si staglia l'ombra di mio figlio, che so sorridente, perché insieme a me, insieme a sua madre, a sua sorella, a suo cugino, nel sole splendente dei sui 10 anni appena compiuti, era immerso in una vacanza unica, in una città bellissima e calda, che lo aveva accolto con i suoi colori, con i suoi sapori e profumi, con la sua storica camiseta blaugrana.

Su quella piastrella, ieri, ha fermato la sua corsa la belva, la solita bestia imbottita di deviata ideologia islamica, non prima di aver falciato 13 vite, e distrutto l'esistenza di tante altre famiglie che, come la mia un anno fa, assaporavano Barcellona.


Vivo la disillusione di una guerra persa; vuoti discorsi di vicinanza, di unione, di coraggio e assenza di paura, quando la soluzione, che io non pretendo di conoscere, temo essere ben lontana dall'accoglienza, dal dialogo e dall'umana comprensione, dall'apertura di nuovi luoghi di culto e dalla tolleranza di usanze, consuetudini e leggi troppo lontane del credo dell'occidentale civiltà.
La guerra è persa, perché ci sarà sempre, in uno scantinato di Milano, in un centro culturale di Parigi, nel retro di un negozio di kebab di Londra, o in una riconosciuta moschea di Madrid, un pazzo imam in cerca di menti deboli, che blatera contro gli infedeli da annientare, promulgando il vero verbo del profeta; e quel pazzo imam, la mente debole, o malata quanto lui, la troverà sempre, perché di esse, purtroppo, è pieno il mondo.

Ma forse un briciolo di speranza rimane: no, non nei gessetti colorati, nelle candele, nelle pacifiste bandiere multicolore.... bensì negli occhi di quel poliziotto eroe, che a Cambrils, freddo cecchino, inquadra quattro bestie armate di machete e asce nel mirino della sua arma, e senza troppo pensarci li rende felici spedendoli fra le braccia delle inesistenti 72 vergini.

sabato 7 maggio 2016

Orgoglio


L'orgoglio nasce da lontano, si intesse con la tua storia, con il tuo vissuto, sia nelle piccole che nelle grandi vittorie.
Vive di ricordi, di momenti, che ti rendono parte di un insieme più grande.
Anch'io ho fatto parte di quell'insieme che oggi è stato vittorioso, anch'io oggi, vedendo quel traguardo raggiunto, ho ricordato.....

Ricordo l'imbarazzo di entrare in quello spogliatoio puzzolente di sudore, fra amici e sconosciuti, tutti ugualmente distanti perchè stavano indossando l'uniforme della prossima battaglia, mentre io ero semplicemente armato di carta e penna per scrivere le note.
Ricordo i tanti Mercoledì, quando anch'io mi mischiavo fra loro, tutti a rincorrere un pallone pesante, zuppi, carichi di mota, e con gli occhi stretti da una lama di tramontana che solo chi abita qui conosce, e solo chi sta in mezzo al Barano teme.
Ricordo le carovane di auto per raggiungere trasferte improbabili. I campi di patate, dove le patate erano sassi. Le piscine di fango. Il fango che la domenica mattina a Gennaio è duro di ghiaccio e gli scarpini intonano il tip-tap.
Ricordo le risse di un UISP ormai passata, quando i giocatori imbizzarriti scavalcavano la rete per salutare non troppo gentilmente il pubblico.
Ricordo gli arbitri che entrano nel nostro spogliatoio quasi sospirando rassegnati, sapendo che quello era Il Vitolini, e il pomeriggio sarebbe stato duro.

E ricordo tanti, troppi, amici giocatori...
Ricordo un paesano burlone che alla Chiama aspettava sempre gli arbitri senza maglia, e sempre per quello si faceva rimproverare ("Borracchini, la maglia prego...").
Ricordo un piccoletto, amico cristallino, talento inafferrabile, con il cognome equino, che già da bambinetto era amato da tutti, specie dal burbero capitano che vedendolo sostituito, urlava guardando in cagnesco l'allenatore che aveva osato tanto: "Pippo... che ti sei fatto male?".
Ricordo gli urli di quel burbero Maurizio, che sembrava uscito dai 300 di Sparta, ultimo a uscire da ogni corrida, con tutti incazzato, di tutti amico, alla fine un po' tradito da un calcio amatoriale che cambiava.
Ricordo un portiere del paese istituzione, specializzato nel subire gol a voragine, ma dalla passione infinita.
Ricordo un attaccante dal soprannome rotondo, al quale bastava "buttarla" bene, per farlo segnare.
Ne ricordo un altro con una classe infinita, capace di rovesciate, tacchi al volo, dribbling edmundeggianti, ma se gli chiedevi se la Juve era in serie A o B, non sapeva risponderti... poi ha preferito i bonghi...
Un numero 10 che anche nel più caotico spogliatoio, trovava lo spazio per stendere il suo asciugamanino, e appoggiarvi la crema idratante, il gel, il profumo...
Vedo ancora davanti agli occhi un difensore che faceva rabbrividire tutti con il colpo dello scorpione.
Un altro con il soprannome da topo che in campo era una tigre.
E vedo chi non c'è più, uomini che oggi sarebbero impazziti di gioia.

Ecco, oggi questa vittoria è anche di tutti coloro che quella maglietta l'hanno indossata, da quel lontano 1987 in cui tutto nacque. Quindi è anche la mia...

Soprattutto questa è la vittoria di VITOLINI !

mercoledì 23 marzo 2016

Sono un Soldato



Io sono un soldato.

come un soldato, ogni giorno, salgo su un treno affollato che mi porta al lavoro, per stazioni brulicanti di soldati nelle cui facce vedo la mia.
Come un soldato porto i miei figli a scuola, saluto mia moglie augurandomi non sia l'ultima volta.
Come un soldato vado in missione, in Paesi stranieri popolati solo da soldati, tante volte amici nella stessa battaglia, altre nemici a cui guardare con sospetto.
Come un soldato piango i miei commilitoni dilaniati caduti in un'imboscata nella hall di un aeroporto, nel vagone di una metro, in un ristorante o in u teatro parigini...
Come un soldato vivo una guerra da me non voluta, con la tensione dell'incertezza e la sicurezza di essere un bersaglio.

Ma come un soldato che combatte per la sua terra, per la sua famiglia, dico a quei bastardi che mi vogliono morto che non avranno la mia paura, ma solo il mio disprezzo e la mia rabbia.

domenica 24 gennaio 2016

Famiglie & Famiglie

Succede che qualche giorno fa, in Siria, sono stati massacrati 400 civili e militari filo-governativi, e almeno 150 persone sono state decapitate (!), incluse decine di donne e bambini...
Su un altro fronte, a Mosul in Iraq, i terroristi dell'Isis hanno bruciato vive (!) in pubblico tre donne accusate di collaborare con la Coalizione militare capeggiata dagli Stati Uniti....
Nel Mar Egeo l'ennesimo barcone affonda, e muoiono 45 persone di cui 20 bambini...

Ecco, nei giorni in cui il dibattito sul significato di famiglia si infiamma, in cui vedo livore verso chi ha un'idea al riguardo che nella sua conformità diventa anti-conformità da condannare, forse sarebbe opportuno che i titoli dei giornali, i post dei socials, le aperture dei telegiornali si occupassero anche di quelle famiglie che ogni giorno vengono distrutte, di quelle parti del mondo, stragrande maggioranza geografica, in cui la priorità è la sopravvivenza della famiglia, non la sua definizione.



sabato 3 ottobre 2015

Riflessioni orange

Schiphol. In attesa del volo. Con J-Ax nelle cuffie che blatera di "un altro viaggio"  e delle magagne del Bel Paese, rifletto su una settimana vissuta in un Paese Bello: l'Olanda, con la sua precisione, con le sue strade pulite, i canali e i prati curati, i ragazzi in bicicletta a 12 anni per andare a scuola, perché il pulmino è un concetto sconosciuto, e che sembrano persino ignorare la parola "motorino", così apparentemente perfetti e inquadrati, immersi in un'opulenza poco conosciuta alle nostre latitudini.
Inevitabile il confronto con l'Italia, bella si, anzi bellissima nelle sue lande, ma così svilita, svenduta, abbrutita, sciupata e inzaccherata nelle sue città potenzialmente magnifiche, sempre più povera nei valori della sua gioventù imbevuta di social. Vengo assalito da una strisciante ansia, per me, ma soprattutto per i miei figli: se la globalità gli imporrà il confronto con quella gioventù straniera che sembra, rispetto a loro, così ariana, così superiore, così dannatamente costruita fin dall'infanzia per esserlo, sapranno reggere il colpo ed essere all'altezza? Perché non basterà la proverbiale intelligenza italica (leggi scaltrezza)... Il mondo moderno esige sempre di più, e qui noi siamo rimasti al palo.

P.S. Appena atterrato, chiedo al tassista "Posso usare l'AmericanExpress?"... Risposta "Boh, se la prende"...  Appunto. Welcome in Italy...


lunedì 31 agosto 2015

Ridimensionati



No, non si tratta solo di una azienda i cui conti devono tornare nella partita doppia di fine anno.
No, non è una silenziosa arena in cui si gioca in penombra un'intelligente partita a scacchi fra onesti campioni.
No, non è una disputa dialettale in cui le offese verbali si pagano con lo sdegno.
No, non è un tavolo ovale al quale siedono limpidi professionisti e dove una stretta di mano è sacra.
No, non è un film strappalacrime a stelle e strisce in cui l'accozzaglia di panzoni squattrinati vince la Finale contro 11 marcantonii palestrati e strapagati.
No, non è una proprietà da non condividere, senza alzare gli occhi al cielo costellato da quelle 30/40 mila stelle urlanti.
No, non è un eremo marchigiano nel quale nascondersi corrucciati, guardando con sprezzo dall'alto il mondo viola.

No, caro Andrea della Valle... Il Calcio non è questo. La Fiorentina non è questo.
Entrambi sono cuore e passione, una follia per la quale vale la pena perdere la testa.
Se non hai più la voglia e la convinzione di naufragare in questo mare, ritira i remi in barca, e comincia a cercare un nocchiere più pazzo di te.